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Giugno 2011

Elizabeth Ruchti:
L’anima delle cose e altre storie immaginifiche nel nome della Terra

di Gigliola Foschi

Creazioni che nascono da sovrapposizioni e intrecci, contaminazioni e assemblaggi di frammenti di oggetti. Opere che rivelano un amore vitale e fisico per la materia: sabbia e cere, resti di plastiche corrose dal mare e dalla salsedine, foglie e semi, conchiglie e cortecce, spugne, sassolini, alghe essiccate, lattine schiacciate e resti di fanali sbriciolati dal passaggio delle automobili. Il processo artistico di Elizabeth Ruchti parte quasi sempre da un gesto di salvazione e cura che ricorda gli antichi lavori femminili di raccolta. Come una tenace collezionista, lei accumula e riunisce con pazienza reperti naturali, ma anche frammenti eterocliti e reietti di oggetti che nessuno osserva con accuratezza. Il suo sguardo e la sua attenzione, anche quando fotografa (come nell’ultima ricerca Luce al nero, del 2011) è sempre rivolto verso il basso, verso una terra che ci sorregge e nutre, ma che ci limitiamo a calpestare senza vederla davvero. E invece è proprio lì – sul selciato di una strada, lungo un sentiero di campagna o la sabbia di una spiaggia, da lei scrutati con pazienza – che l’autrice trova quei suoi tesori negletti, in cui già intravede qualcosa di meraviglioso o l’inizio di una storia possibile: in una pozzanghera scopre un riflesso luminoso che preleva con una fotografia, mentre una foglia gigantesca le ricorda l’universo pulsante della foresta, segnato da un’incessante nascere e morire, e ancora rinascere …

Raccogliere, per lei, vuol dire compiere un gesto di accoglienza, accudimento e salvaguardia, che non fa distinzione tra il reperto fotografato e quello reale, tra il naturale e l’artificiale. Certo, la fotografia, diversamente dall’oggetto trovato, è solo una traccia, un’impronta della realtà. Ma in fondo che cosa sono i frammenti da lei raccolti se non altrettante tracce del mondo da cui provengono? Un mondo da cui sono stati spesso espulsi a causa del bulimico e rapido consumo di forme e materiali dominante nella nostra società.

Poi – come ispirata da questo universo di abbandonati objets trouvés carichi di memoria – Elizabeth Ruchti crea quadri e arazzi dove la superficie della tela o della carta si trasmuta in una sorta di nuova terra fertile, da cui emergono stratificazioni di materiali e colori che esprimono con forza valori tattili e non solo visivi. Stratificazioni che, in alcuni suoi pannelli delle serie Amazonas (2010) e Marine (2006-2008), sembrano anche discendere dal cielo per poi inoltrarsi, strato dopo strato, dentro la terra, fino nelle profondità del sottosuolo o del mare.

Diversamente dai Nouveaux Réalistes – che si appropriavano del reale per mostrarlo così com’era, accumulando o pressando assieme materiali di scarto (basti pensare alle opere di Arman o di César) – lei parte sempre dalla fisicità dei materiali per costruire nuovi significati, nuove storie inquietanti e affascinanti. Nella maggior parte dei lavori di questa autrice, infatti, gli oggetti trovati – siano essi naturali o di scarto, raccolti su una spiaggia o lungo una strada – costituiscono una base di partenza per creare assemblaggi plurimaterici, dove semi e frammenti si ritrovano inglobati nella cera semi-trasparente o vengono incollati su strati di polveri di terra colorata, in un continuo rilancio di sperimentazioni materiche e visionarie, giocose e ironiche. Tutte operazioni creative compiute all’insegna di un primitivismo contemporaneo senza confini geografici o temporali, dove s’intrecciano le lezioni di Tápies, Schwitters, Joseph Corwell e Baj (cui, non a caso, Elizabeth Ruchti ha dedicato l’opera Medusa Baj), ma anche quelle di El Anatsui: un artista che – attraverso l’utilizzo di materiali di recupero schiacciati, appiattiti e ricuciti – crea fantastici arazzi ispirati alla ricchezza dei tessuti tradizionali del suo Paese, il Ghana.

La vitalità che scaturisce dalle creazioni della nostra autrice – dove convivono objets trouvés e costruzione espressiva, elementi organici e scarti industriali – ricorda anche le opere dei designers Fernando & Humberto Campana, pure loro di origine brasiliana come lei. Sia nelle opere dei Campana, come in quelle di Elizabeth Ruchti, il mondo culturale brasiliano non è mai una semplice citazione o un rimando nostalgico, e neppure solo una fonte d’ispirazione cui attingere a proprio piacimento: è invece qualcosa di più profondo che riguarda le loro radici, il loro sentire, immaginare, pensare. Certo, lei si è laureata in antropologia, ha studiato e conosce la cultura e il mondo degli indios, dei nativi brasiliani; così come le sono famigliari anche tanti Paesi dell’Africa e dell’Oriente, oltre che l’amatissima Grecia.

Ma non è un sapere intellettuale quello che la spinge a raccogliere semi, cortecce, foglie, radici, per comporre opere come Darsena a Manaus o La festa di Yemanja, dedicate all’Amazzonia. E’ come se – manipolando oggetti di scarto, terre e cere, raccogliendo semi e conchiglie per dar loro nuova vita – lei avesse trovato il modo di compiere un viaggio dentro se stessa, così da recuperare un sentire creativo quasi arcaico e rimosso, così da fare emergere nelle proprie opere un altro inedito paesaggio: un mondo dove qualsiasi elemento, anche se poverissimo, si apre a nuovi significati, brulica di forme nascenti, che evocano la forza e il dolore della natura. Luoghi magici e inquietanti, dove una linguaccia rosseggianti, sormontata da denti di conchiglie, sputa lattine schiacciate e avanzi incommestibili (Papille, 2007), o meduse killer sfoggiano tentacoli di plastica corrosa (Specie pericolose, 2011).

Giocose, colorate e ipervitali, le opere di questa autrice non si limitano però a creare mirabili invenzioni visive con spirito patafisico. Le sue terrifiche meduse, che paiono malignamente autogenerarsi dalla plastica abbandonata nel mare e sulle spiagge, non sono uno scherzo di natura e neppure il frutto di un libero gioco immaginario proteso solo a destabilizzare le nostre certezze. La loro bellezza mostruosa ci ricorda infatti come la natura oppressa dall’uomo possa rivoltarsi e generare nuovi esseri mutanti nati dai nostri stessi rifiuti. Sorrette da un forte senso di responsabilità ecologica, e da una creatività ironica e impertinente, tali opere fanno dunque emergere le nostri latenti paure nei confronti di una natura pronta a vendicarsi sotto le spoglie di nuove patologie, di batteri resistenti a tutto, di nuove infezioni nate da un’immondizia invadente e non più smaltibile.

Sospese tra il giocoso e l’inquietante sono anche le opere della serie Fiabe (2006-2009), dove collage materici fatti di conchiglie e semi, piccole plastiche e fondali di cera creano storie al femminile da cui emergono pulsioni inconsce, potenti e liberatorie. Consapevole delle riflessioni su questo argomento degli psicoanalisti di scuola junghiana, Elizabeth Ruchti scandaglia i percorsi dei miti e delle fiabe in un’esplosione di colori e invenzioni compositive, capaci di attivare un’esperienza estetica intuitiva e istintuale, sensoriale e antimeditativa.

Protesa a non chiudere il proprio fare artistico in un genere e neppure in una tematica ricorrente e ripetitiva, Elizabeth Ruchti, dopo aver realizzato molte opere dedicate al mare e alla natura – come Marine (2006-2008) o Mar Rosso (2006-2007) – con la serie recente Luce al nero (2011) miscela fotografie e oggetti di scarto, per costruire un viaggio tra le strade cittadine, una sorta di “sub-geografia” del terreno urbano. In effetti, tutti i classici elementi costitutivi che definiscono una città e la qualità del suo spazio urbano, non emergono nelle sue opere, non sono da lei presi in considerazione. E’ infatti a livello del suolo che per Elizabeth Ruchti tutto accade: in quel negletto terreno, o sostrato urbano, dove lei scopre resti di fanali sbriciolati e dove le pozzanghere si trasformano in specchi che riflettono luci stradali e frammenti di facciate.

Mentre tutti tengono gli occhi protesi dinnanzi a sé per evitare automobili e passanti, lei lascia che il suo sguardo si posi umilmente più in basso, a livello del suolo: e lì fatalmente s’imbatte in vecchi tombini, in rifiuti e selciati sconnessi. Prive dell’aspetto trash di alcune opere contemporanee, dove s’indulge sul ripugnante e il reietto (come nella serie Barrage di Steve McQueen); ma lontane pure da un’indagine metodica alla Alain Fleischer (Paysage du sol, 1967-68), le opere di Elizabeth Ruchti cercano invece di cogliere – con un gesto quasi meditativo, affettuoso e premuroso – la sensualità tattile e materica della strada calpestata. Le sue fotografie – che riescono a fare scaturire il meraviglioso proprio da quanto viene abitualmente trascurato – si rivelano baluginanti prelievi d’esistenza: preziosi e luminosi reperti di realtà reiette avvolte nell’oscurità, da lei poi incollati e inglobati su quadrati di tele, i quali a loro volta finiscono per somigliare a frammenti di strade cosparse di relitti urbani.

Il risultato è ancora una volta un materico e spiazzante assemblage, dove gli oggetti abbandonati sui marciapiedi, e poi da lei raccolti, rivelano una preziosità misteriosa e sacrale, mentre le fotografie paiono brandelli luminosi di selciato immersi nel grigio bitume stradale. Nuovamente le sue opere ridanno valore, nobiltà e magia anche ai materiali più umili, a ciò che viene scartato e non visto. Sanno essere al contempo realistiche e aperte all’immaginario, ma soprattutto rivelano il carattere quasi tattile e viscerale dell’amore che questa artista ha per le cose che raccoglie con la mano e con lo sguardo.